Il labirinto di Valsanzibio è stato realizzato con seimila arbusti di bosso sempreverde (Buxus Sempervirens). La maggior parte di queste piante sono secolari (hanno quasi 400 anni) e sono state piantate tra il 1664-1669 quando il giardino di Valsanzibio è stato creato e portato all’attuale fisionomia. L’intero percorso del labirinto, lungo circa un chilometro e cinquecento metri, comporta ottomila metri quadrati di spalliere potate annualmente. Occorrono millecinquecento ore di lavoro con tosasiepi manuali e motorizzati (comunque sempre guidati a mano!) con l’aiuto di scale, livelle e fili a piombo. Inoltre ci vogliono ottocento viaggi di apposite carriole, cariche di fronde recise, spinte in media per seicento metri fino all’uscita dell’angusto percorso. Fra andata e ritorno sono mille chilometri; come dire trecento ore alle quali ne vanno aggiunte altrettante per carico, riassetto e scarico. Poi ci sono sostituzioni di piante, concimazioni, letamazioni, zappature da farsi a mano, trattamenti anticrittogamici e pulizie….insomma non bastano le ore lavorative annuali di un valido giardiniere. Anche per questo i grandi labirinti d’epoca, che durante due o trecento anni avevano resistito al succedersi di mode e vicende minacciose diverse, hanno dovuto soccombere alle metamorfosi economiche e sociali del Ventesimo secolo.

Il labirinto di Valsanzibio, come la maggior parte dei labirinti di verzure del Cinque e Seicento, al di fuori del ruolo giocoso e ludico, conserva una natura misterica confacente ai monumenti Rinascimentali e Barocchi, nei quali la simbologia non di rado presiedeva al progetto. Infatti, questo prestigioso labirinto, come tutto il giardino di Valsanzibio, fu progettato dal fontaniere ed architetto Pontificio Luigi Bernini su indicazioni di San Gregorio Barbarigo (allora Cardinale) e rappresenta una importante tappa nel percorso di salvificazione voluto dal Santo ed iniziato dal Portale o Padiglione di Diana, monumentale ingresso al giardino, e simboleggia l’arduo cammino della perfettibilità umana. Infatti, al quadrato del labirinto ci si arriva ancora carichi di peccati, angosce e confusi sul proprio ruolo terreno.
Disorientati fra alte pareti di bosso, si procede nel dubbio assillante dato da tredici trivi e quadrivi (9 & 4). La strada giusta per raggiungere l’alta meta centrale e, finalmente avere chiare le idee sulla propria vita, non è mai quella apparentemente più breve. Ogni promettente scorciatoia allunga di molto il cammino oppure finisce in uno dei 6 vicoli ciechi, i primi 6 vizi capitali (Gola, Lussuria, Avarizia, Accidia, Ira ed Invidia), o nel duplice e confluente circolo vizioso che rappresenta il 7° e più insidioso vizio capitale, la superbia. Questi errori impongono il mesto ritorno sui propri passi ed il pentimento del proprio peccato commesso. Colui che si ravvede e ritrova la giusta via, incontra nuovi dilemmi e deve evitare o correggere nuovi errori facilmente reiterabili. Raggiunge ed ascende facilmente la meta solo chi aborrisce la perdizione e con fiduciosa speranza chiede ed ottiene aiuto dall’alto. Infatti, alla fine di questo percorso di espiazione, mondi e purificati dai propri vizi e peccati, si arriva al centro del labirinto su di una torretta rialzata e, dal punto dominante così raggiunto, tutti i trivi e quadrivi superati svelano allegorica valenza di tentazione, vizi o virtù e, soprattutto, al di là del labirinto oscuro, rivelano la luminosa realtà che è obiettivo e premio del cimento…dall’alto della torretta si ha, finalmente, chiara la visione di quale è il proprio ruolo su questa terra…adesso, sempre in modo allegorico, con questa nuova nozione e ritrovata purificazione è possibile dirigersi in un altro quadrato del giardino, la Grotta dell’Eremita, a meditare su quanto raggiunto e scoperto dopo il cammino nel labirinto.

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