L’itinerario inizia dal ‘Padiglione di Diana’ o ‘Portale di Diana’, il monumentale e principale ingresso via acqua alla Tenuta dei Barbarigo nel 17° e 18° secolo. Qui c’era l’approdo delle barche giunte attraverso la valle da pesca di Santo Eusebio, da cui “ValSanZibio”, un tempo estesa a tutta la pianura, ma oggi limitata al laghetto preservato per rispecchiare l’elegante costruzione (detto il Paludo). Il Padiglione di Diana è significativamente arricchito da fontane, bassorilievi e statue su cui domina Diana-Luna, la dea preposta alla natura ed agli animali selvaggi come pure a mutamenti e prodigi.
Quindi, entrando in Giardino attraverso il Portale di Diana e passando sotto l’arco di Sileno, si inizia il percorso salvifico o di purificazione voluto da San Gregorio per ottemperare il voto fato a Nostro Signore dal Padre (Zuane Francesco Barbrarigo) nel 1631.
Il cammino inizia lungo il liquido universo del Teatro d’Acque che costituisce il Decumano o Viale delle Peschiere,  In primo luogo costeggiamo la Peschiera detta Bagno di Diana o Peschiera dei Fiumi alimentata dagli orci di due recumbenti divinità fluviali che, probabilmente, impersonano due grandi corsi d’acqua dell’agro patavino, il Brenta (“per culla ha il monte ed ha per tomba il mare“) ed il Bacchiglione (“Riposa il fiume e non riposa l’onda”), quieto, ma anche imprevedibile. Qui, l’acqua mossa, cristallina e pura dei fiumi è in contrasto con l’acqua ristagnante, torbida e ‘sporca’ della palude appena lasciata…allegoricamente varcato l’arco di Sileno abbandoniamo il peccato per cominciare la purificazione. Inizialmente si tratta di una purificazione passiva dove l’acqua cristallina e pura dei fiumi inizia un allegorico lavaggio della nostra anima.

Lasciati i fiumi con la loro acqua ‘puruficatrice’, su un ripiano leggermente più alto, troviamo la Fontana dell’Iride, la fontana che mostra l’iride, l’arcobaleno che l’elemento acqua e l’elemento aria insieme creano continuamente quando attraversati dalla luce solare. Quindi, raggiungiamo definitivamente l’elemento aria, la Peschiera dei Venti con Eolo, Dio o Re dei Venti, che tiene al proprio fianco la bella Ninfa Deiopea e troneggia sulla cascata. “Dei Venti Eolo signor li scioglie e lega” annuncia il distico ai suoi piedi mentre il Signore dei venti ha in mano lo scettro che gli da potere alla sua destra su Borea, opportunamente incatenato, e alla sua sinistra su Zefiro, in piena attività benefica, e su altri venti che fanno capolino dalle sottostanti grotte dove sono imprigionati…dopo l’acqua è l’aria che continua la nostra purificazione.
Proseguendo arriviamo al centro del giardino, presso la Fontana della Pila o della Conca. Questa fontana di marmo rosso ha la forma ottagonale di una alchemica fons vitae ed è appropriatamente collocata nel punto cruciale del Giardino, là dove i suoi assi portanti, cioè il Gran Viale, Viale Centrale o Cardo ed il Teatro d’acque o Decumano, si intersecano ad angolo retto. Inoltre essa è equidistante dai quattro più significativi episodi del Giardino stesso: Labirinto e Romitorio o Grotta dell’Eremita a Sud, Monumento al Tempo ed Isola dei Conigli a Nord. La Pila si trova, dunque, collocata anche sulla ideale intersezione fra la ricerca trascendente rappresentata da Grotta dell’Eremita e Tempo e quella immanente da Labirinto ed Isola dei conigli.
Il termine Pila, quando ancora non esisteva quella elettrica, significava accumulo ed è qui applicato nel senso di acque e cammini diversi che si accumulano proprio come il Teatro d’Acque (il Decumano), che ascende dal Portale di Diana, allorché interseca perpendicolarmente il Gran Viale (il Cardo), proveniente dal Labirinto e dalla Grotta dell’Eremita e diretto alla Villa…o come le acque che discendendo da Nord, Ovest e Sud della Valle qui si accumulano per poi defluire nella sottostante palude.
Il punto dove è collocata questa fontana ottagonale è altresì nevralgico perché qui l’itinerario di perfezione, simboleggiato nel Giardino, cambia direzione. Alla Pila risiede il cardine di una conversione che dobbiamo compiere, in senso simbolico non meno che materiale, per continuare l’iter perfectionis sul quale ci siamo avviati. Arrivati a questo punto, anche se siamo propensi a girare a destra per affrettarci sul Gran Viale verso la meta, in realtà non possiamo farlo perché non siamo ancora pronti. Infatti, prima di proseguire spediti al traguardo finale dobbiamo inesorabilmente confrontarci con la nostra coscienza, affrontando i nostri dubbi e le nostre paure; non è sufficiente abbandonare la palude ‘peccaminosa’ e purificarci passivamente con la limpida acqua dei fiumi e la tersa aria dei venti, se vogliamo continuare nel nostro cammino dobbiamo fronteggiare attivamente i nostri peccati.  E’ il momento di affrontare due episodi nevralgici e basilari per il nostro iter salvationis: il Labirinto, simbolo della ricerca immanente e difficile via che porta all’umano progresso, e la Grotta dell’Eremita, simbolo della ricerca trascendente e tappa di meditazione sulle verità acquisite nel percorso labirintico.
Per raggiungere questi due episodi non è impresa semplice…è difficile girare a sinistra sul Gran Viale, allontanandoci dalla meta, posizionata davanti alla Villa e che si vede in lontananza dalla parte opposta sullo stesso viale. Ad aiutarci in questa nostra difficile conversione di marcia e di intenti e a contrastare le nostre ingannevoli predisposizioni materiali che vorrebbero farci prendere una scorciatoia per la meta evitando la ricerca immanente al labirinto e la ricerca trascendente al Romitorio, incontriamo due statue maschili legate alla mitologia: il temibile guardiano Argo (col distico: “e ne fu dai cent’occhi Argo il custode”) che è raffigurato appoggiato ad un tronco e intento a sonnecchiare mentre ascolta il flauto suonato dalla seconda sinuosa statua, il messaggero degli Dei Mercurio (col distico: ”e ne portò Mercurio il gran messaggio”). In chiave di iter salvationis, Argo rappresenta l’allegoria della nostra coscienza che, come anche l’Altissimo, non può mai essere ingannata; pur apparentemente assopito, questo temibile guardiano non può essere raggirato…possiamo imbrogliare il nostro prossimo, ma in nessuna circostanza possiamo imbrogliare noi stessi o Dio. Mercurio, dal canto suo, abbandonando l’inganno, la frode e il lavoro materiale che lo contraddistinguono per suonare il flauto, ci dice che, se vogliamo continuare l’iter perfectionis anche noi dobbiamo abbandonare tutte le nostre abitudini e imperfezioni materiali che ci caratterizzano per dedicarci interamente alla ricerca e purificazione di noi stessi e alla ricerca del nostro spirito; per far questo dobbiamo temporaneamente volgere le spalle alla meta finale per affrontare il percorso del labirinto alla ricerca dell’immanente e, poi, per passare a meditare nel Romitorio alla ricerca del trascendente. Mercurio che suona il flauto, potrebbe anche simboleggiare che Valsanzibio è un luogo di pace e tranquillità dove sia il lavoro che l’inganno, la frode sono banditi…”Qui perde Mercurio ogni sua frode”, recita più avanti il primo verso del sesto gradino della Scalinata del Sonetto. Argo, dal canto suo, si rilassa sonnecchiando alle note del flauto di Mercurio, ma è pronto, nel caso il suono del flauto dovesse interrompersi, ad intervenire per fare rispettare la pace e la serenità di Valsanzibio.
Per accedere al labirinto, che, come già detto, è simbolo della difficile via che porta all’umano progresso, oltre ad una difficile scelta (una scelta coerente con l’impossibilità di ingannare la propria coscienza, ma in contrasto con le proprie predisposizioni materiali), bisognava intraprendere anche una laboriosa ricerca per trovare l’entrata. Infatti, era necessario percorrere tutto il Gran Viale verso Sud fino al Viale Ombroso e, quindi, trovare il passaggio sopra il ‘Rio della Chiesa’ che immette lungo il cammino perimetrale che circonda esternamente il labirinto stesso (oggi esiste un secondo più facile accesso al labirinto dal Gran Viale fatto per agevolare le visite dei turisti!). L’accesso al Labirinto era volutamente nascosto e difficile da trovarsi perché chiarisce come la via della Virtù non si intraprenda casualmente ed invece occorra cercarla per poterla intraprendere (vedere anche: il labirinto di bossi secolari).
Entrati nel labirinto, tra le pareti di bosso di un lungo cammino concentrico e pluriviario, si procede disorientati ma incalzati dalla necessità di continue scelte. Per trovare la strada giusta bisogna evitare quella allettante del vizio che occupa il secondo quarto del dedalo, senza altra via d’uscita che il dubbio ritorno sui propri passi, e il terzo quarto interamente occupato dai circoli viziosi che caratterizzano la Superbia, il settimo Vizio Capitale. Ma anche così si possono commettere molti altri sbagli che occorre evitare od eventualmente correggere, badando a non reiterarli, onde raggiungere la meta…l’osservatorio centrale cui si ascende dopo aver percorso, senza errori, tutta la centripeta via del dedalo. Dal punto di vista così raggiunto, le scelte giuste od errate, implicate dai numerosi trivi e quadrivi del Labirinto, appaiono nella loro valenza di specifici vizi e di contrapposte virtù. Tutto il percorso acquista, allora, il significato allegorico di un cimento superato per raggiungere la posizione capace di svelare la luminosa realtà che si rivela a chi è riuscito ad uscire dall’oscuro dedalo (vedere anche: il labirinto di bossi secolari).
Questa luminosa realtà raggiunta alla fine del percorso labirintico e traguardo della ricerca immanente, va meditata e capita bene facendo tappa importante al Romitorio o Grotta dell’Eremita dove la realtà immanente lascia spazio alla ricerca trascendente, alla ricerca spirituale. Labirinto e Romitorio sono topograficamente contrapposti e vicini per meglio configurare ricerche analoghe sebbene svolte l’una nel travaglio della vita e l’altra nella solitudine dell’animo.
Adesso, dopo aver preso cognizione sia del Labirinto che del Romitorio, possiamo riprendere il cammino e, costeggiando la tarda ‘Vasca dei Pesci Rossi’, che nell’Ottocento prese il posto dello stemma Barbarico ricavato con pianticelle e fiori e che non ha nessun significato nell’iter salvationis che stiamo compiendo, ritorniamo al centro del giardino alla Fontana della Pila. Giunti nuovamente alla Pila, finalmente, possiamo dirigerci verso la meta finale, verso la Villa perdendo definitivamente di vista il Padiglione di Diana e realizzando ancora una volta come il messaggio simbolico del Giardino non attenga solo alla evoluzione della natura, ma specialmente all’evolversi dell’animo umano indicato dal Labirinto e dal Romitorio e, come vedremo, approfondito dalla Garenna (Isola dei Conigli) e dal Monumento al Tempo e concluso solo più avanti.
Però, prima di proseguire, nel nostro cammino di purificazione sul Gran Viale e a Nord della Fontana della Pila, incontriamo altre due statue, due allegoriche figure femminili. Delle due figure femminili, una risulta meticolosamente connotata come Fecondità dalla famigliola di conigli ai suoi piedi, dal nido pieno di uccellini che tiene cautamente tra le mani nonché dalla significativa corona di senape che le cinge il capo. Ce lo conferma il distico: “che la Fecondità del mondo è madre”. Questa eloquente statua collocata accanto alla elissoidale peschiera che circonda l’Isola dei Conigli ne anticipa tanto puntigliosamente i contenuti (uccellini e conigli!) da qualificarla come ‘Isola della Fecondità’.
L’altra figura femminile, giustapposta accanto al parterre identicamente elissoidale da cui sorge il monumento al Tempo, è altrettanto meticolosamente connotata come Salubrità e non certo in senso puramente igienico. Infatti il distico “Trovi Salubrità chi cerca Vita” alludendo alla vita spirituale non meno che a quella materiale, innalza il termine ‘Salubrità’ a significati trascendenti. Non per nulla ai suoi piedi c’è l’Aquila, simbolo di vertiginose altezze, distacchi, purezze ineffabili; mentre la colomba tenuta con la mano sinistra vicina al cuore, allude al candore dei sentimenti. Infine l’immagine di Zefiro, vento della primavera che rinnova e purifica, tenuta con la mano destra ben alta e vicina alla propria fronte, indica la alta importanza da assegnare alla purezza delle intenzioni.
Queste allegoriche raffigurazioni della Fecondità e della Salubrità introducono due episodi chiave: l’isola della Fecondità (l’Isola dei Conigli o Garenna) ed il Monumento al Tempo. Collocati simmetricamente l’uno di fronte all’altro e separati solo dal Gran Viale anche essi, analogamente al Labirinto ed al Romitorio, sottolineano quanto siano simultaneamente vicini e contrapposti, analoghi eppure sostanzialmente diversi. Per di più l’Isola dei conigli e la collinetta del Tempo hanno identica forma elissoidale ad evidenziare la presenza di un primario elemento comune che le condiziona entrambe: il Tempo.
Infatti, l’Isola dei Conigli è simbolo della condizione immanente di chi, come i conigli, nasce, cresce e muore tra gli angusti confini dello Spazio e del Tempo e simboleggia la Fecondità capace di assicurare il susseguirsi delle generazioni, scavalcando così i limiti che il tempo impone ad ogni singolo essere vivente.
Giustapposto all’Isola, il ‘Monumento al Tempo’, è simbolo di trascendenza. L’alato Cronos, Dio del tempo, rappresentato da un gagliardo vecchio dalle ali semi spiegate, o se preferiamo semi chiuse, è fermo, con un ginocchio a terra. “Volan col tempo l’hore, e fuggon gli anni”…tuttavia Egli qui ha interrotto il suo volo e perciò non tiene diritta e funzionante l’inesorabile clessidra. Neppure ha deposto l’immane peso del passato, un mutante poliedro le cui facce riverberano la Luce del Sole, o della Luna, nel modo più diverso. L’alato gigante con tutta la sua positura, i muscoli tesi, le ali dischiuse e lo sguardo volto ad occidente…indubbiamente è pronto ad involarsi verso l’avvenire, eppure sta fermo. Esplicito simbolismo del Tempo che a volte sospende la sua progressione nello spazio o dell’uomo che può esorbitare certi limiti spazio-temporali quando si eleva spiritualmente fino a trascendere. Non più i limiti materialmente scanditi dalla clessidra, bensì quelli spirituali che possono venire spostati oltre alla percezione del presente ed alla memoria del passato, oltre ai confini di quanto normalmente accettiamo come visibile oppure conosciuto.
A questo punto del nostro cammino, tra Immanenza e Trascendenza, ritorniamo sul Gran Viale continuando il cammino verso la perfezione e salvazione, ma giochi e scherzi d’acqua creano l’allegoria delle insidie capaci di ritardarlo. Nella ‘Fontana dei Giochi’ o appunto delle ‘Insidie’, dalla cesta di fiori e frutta tenuta sulla propria testa ricciuta da un bel putto, l’acqua sprizza energicamente e, per via di ingegnosi dispositivi, assume di volta in volta l’aspetto di sole, melograno, istrice, ventaglio oppure riesce a tenere sospesa a mezz’aria una variegata sfera di avorio (attualmente, l’istrice è il dispositivo inserito in questa fontana!). Ma chi si siede per godersi tali finzioni, viene investito da ben diretti e metaforici ‘spilli’ d’acqua. Allora sarà tardi per deprecare di non aver recepito il filatterio a tracolla del bel putto: “Non sta sempre tra i fior nascosto l’angue”. Perché evidentemente non è solo del serpente nascosto tra i fiori che si deve temere, ma anche degli spilli d’acqua provenienti donde uno meno li aspetta.
Accanto ai marmorei ed insidiosi sedili degli Scherzi ed attorno alla Fontana dei Giochi si ergono quattro statue e, come quelle poste attorno alla Fontana della Pila, due rappresentano figure maschili che ci spaventano e ammoniscono, mentre altre due sono figure femminili che ci rassicurano e confortano.
Le due figure maschili sono quella di un gigante guercio, Polifemo, e un titano sconfitto, Tifeo. Entrambi queste figure tengono a ricordarci la loro inadeguatezza ed ad imporci coscienza della nostra debolezza e cecità; forse, la più pericolosa insidia nel nostro cammino, che può presentarsi in ogni momento anche quando ormai siamo vicini alla meta, allegoricamente rappresentata dagli ‘spilli d’acqua’, è la nostra superbia che, annidata in noi, ci spinge a sopravalutarci sia nel facile raffronto con chi è da meno (“Polifemo tra ciechi Argo rassembra”) sia ignorando la nostra limitatezza (“Non giunse al ciel Tifeo benché gigante”). Solo scoraggiando ogni nostra presunzione ed imponendoci la modestia, quale fondamento d’ogni ulteriore progresso, possiamo procedere verso la finale salvazione.
Opposte a queste due statue, e procedendo sul Gran Viale sempre più vicino alla meta finale, incontriamo le due figure femminili di Ope e Flora. La prima, Ope, è la grande dea madre che, nell’atto di vezzeggiare il pargoletto Giove, estende ed eleva a livello olimpico il messaggio, preannunziato dalla statua della Fecondità e concretizzato dalla sua isola. Lo asserisce il distico: “E ne fu Ope dea de’ dei la madre”, interpretandolo che Ope, Dea degli Dei, fu madre della fecondità, oppure che Ope madre degli Dei ne fu Dea. La seconda, Flora, con il distico “recando in grembo Flora i colti fiori”, è simbolo di primavera, di rinnovamento e di quei profumi immateriali che accompagnano l’elevazione spirituale simboleggiata dal monumento al Tempo e preannunciati dalla Salubrità.
Procedendo verso la meta sul Gran Viale passiamo in mezzo a due fontanelle dette le Fontane dei Facchini o dei Gobbetti prima di arrivare alla Scalea delle Lonze, anche detta la scalinata del sonetto. Qui, ancora in tema di insidie, ai piedi della scalea che porta al Piazzale si acquattano due maculate lonze di Dantesca memoria. Potrebbero impedirci il passo; invece quella di ponente è ligia al distico “della fera più fiera è sete fiera” mentre quella di levante obbedisce al distico ”della sete l’ardor temprano l’acque”. Entrambe infatti hanno le fauci spalancate ma solo per placare la loro gran sete, cioè per tracannare l’acqua cadente da opportune fontanelle.
Tuttavia proprio mentre stiamo per salire senza tema i sette gradini della Scalinata del sonetto, nuove insidie si palesano sotto forma di altri spilli d’acqua che, almeno in apparenza scherzosi, ci fermano ai piedi della scalea. Avremo così agio di ben considerare il sonetto scolpito sui sette scalini che ci attendono (vedere la Scalinata del Sonetto).
Alla sommità della significativa scalea, due putti marmorei ci accolgono in silenzio sul piazzale davanti alla Villa (Piazzale delle Rivelazioni). Qui ci troviamo nell’ambito ottagonale di otto statue simboliche, provenienti dall’originario giardino preesistente. Guardando dalla Scalea alla Villa si vedono il Riposo, la Virtù o l’Agricoltura, il Potere o il Genio e la Sapienza o Solitudine, prerogative del signore che l’abita; mentre guardando dalla Villa alla Scalea si vedono Adone o la Bellezza, l’Abbondanza con la cornucopia, il Diletto e l’Allegrezza cioè i doni che il giardino promette e racchiude. Otto allegorie delle prerogative del Giardino stesso e del suo Signore che fanno corona alla Fontana dell’Estasi, del Fungo o, appunto, delle Rivelazioni, meta finale del simbolico percorso.

percorso salvificazione

  1. Sala di verzure con tavola di marmo
  2. Labirinto di bossi secolare (1500 metri lineari)
  3. Grotta dell’Eremita (Romitorio) e Fonte dell’Eremita
  4. Peschiera Martinengo o dei pesci rossi
  5. Fontana della Pila o della Conca
  6. Peschiera dei Venti
  7. Fontana dell’Iride o dell’arco baleno
  8. Peschiera dei Fiumi o Bagno di Diana
  9. Paludo e Portale di Diana
  10. Isola dei Conigli
  11. Fontana del Putto e scherzi d’acqua
  12. Fontana del Facchino (Ovest)
  13. Fontana del Facchino (Est)
  14. Scalea del Sonetto e Fontanelle delle Lonze
  15. Fontana dell’Estasi, del Fungo o delle Rivelazioni
  16. ‘Parterre’ di bossi
  17. Monumento al Tempo
  18. Boschetto

 

  1. Gran Viale o il ‘Cardo’ – costeggiato da spalliere di Buxus sempervirens;
  2. Il ‘Decumano’ – il viale delle peschiere perpendicolare al ‘Cardo’ e costeggiato da spalliere di Buxus sempervirens;
  3. Calle Veneziana – riproduce una calletta veneziana con le pareti composte da spalliere di Buxus sempervirens;
  4. Viale dell’Iride – composto da alberi di Acero (Acer campestre, Acer platanoides ed Acer negundo) e da spalliere di Buxus sempervirens;
  5. Viali ombrosi – principalmente composti da Carpini Bianchi (Carpinus betulus), ma anche da Aesculus hippocastanum e/o Acer campestre.

 

- – - limite area giardino storico percorribile e visitabile

In GIALLO il PERCORSO ALLEGORICO

SHOP/WC = Alle Scuderie

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